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L'Ora del Vermouth..Prima sera
24.10.2025 |
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L'appartamento di Claudio era esattamente come te lo aspetteresti da un editor: libri ovunque, un vecchio divano di velluto comodo e un disordine accogliente..."
La nebbia, quella complice umida e sottile di Torino, aveva iniziato a sfumare i contorni di Via Po. Claudio strinse il bavero del cappotto. Erano le sette passate e la giornata in casa editrice era stata un assedio di bozze e scadenze. Aveva solo bisogno di un bicchiere di vino e di silenzio, prima di tornare a casa.
Scelse un piccolo locale nel Quadrilatero Romano, uno di quelli con i tavolini di marmo rotondi e una luce ambrata che rendeva tutto più antico e gentile. Si chiamava "Il Ristoro del Re". Era affollato, l'aria satura del brusio dell'aperitivo.
Claudio trovò l'ultimo tavolino libero, incastrato in un angolo. Ordinò un Nebbiolo e tirò fuori un libro, più per creare una barriera che per leggere davvero.
Fu allora che lei entrò.
Non entrò, scivolò dentro. Alta, avvolta in un cappotto color cammello che contrastava con i capelli corvini, tagliati in un caschetto preciso. Si guardò intorno con un'impazienza calma. Non c'erano posti. I suoi occhi incrociarono quelli di Claudio, poi guardarono la sedia vuota al suo tavolino.
Fece un passo verso di lui. Claudio sospirò internamente.
«Scusi,» disse lei, «le dispiace se mi siedo? Aspetto un'amica, ma pare sia l'unico posto...»
La sua voce sorprese Claudio. Era più bassa di quanto la sua figura sottile suggerisse, non roca, ma con un timbro caldo e vellutato. C'era una lieve disarmonia che, anziché stonare, la rendeva interessante.
Claudio chiuse il libro. «Prego, si accomodi.»
Lei sorrise e si tolse il cappotto, rivelando un semplice maglione di cachemire nero. Ordinò un Vermouth.
Il telefono di lei vibrò. Un messaggio. «La mia amica mi ha dato buca,» disse, con una smorfia infastidita. Poi guardò Claudio e il suo bicchiere vuoto. «Visto che ormai le ho rovinato la lettura... le offro da bere? Il Vermouth qui è eccezionale.»
Claudio si sorprese ad accettare.
Parlarono. Parlarono del suo lavoro di editor, della passione di lei per la fotografia di architettura industriale ("Le fabbriche abbandonate di Torino sono cattedrali," disse), del freddo, dei libri che non riuscivano a finire. Lei si chiamava Elara. Era ironica, colta, e Claudio si sentì stranamente a suo agio.
Dopo il secondo bicchiere, fu Elara a guardare l'orologio.
«Si è fatto davvero tardi, devo andare.»
«Sì, anch'io,» mentì Claudio, che non aveva nessuna voglia di interrompere la conversazione.
Si alzarono, pagarono e si infilarono i cappotti. L'imbarazzo del congedo aleggiava tra loro.
Uscirono insieme dal locale. La nebbia ora era un muro basso e lattiginoso che inghiottiva i lampioni del Quadrilatero. Il freddo era pungente.
«Beh, grazie per la compagnia, Claudio.»
«Grazie a te, Elara. È stato... inaspettato.»
Lei gli sorrise, si strinse nel cappotto e fece per avviarsi verso Via Garibaldi.
Claudio rimase fermo un secondo. Sentì l'impulso, improvviso e irrazionale, di non lasciare che la serata finisse così, inghiottita dalla nebbia.
«Elara, aspetta!»
Lei si voltò, sorpresa.
«Senti,» disse Claudio, sentendosi goffo, «è una proposta un po' strana, e forse fuori luogo... ma abito qui a due passi. In Piazza Emanuele Filiberto. Ti andrebbe... un ultimo bicchiere? Un amaro, qualcosa di caldo.»
Elara lo studiò per un lungo momento. I suoi occhi scuri erano indecifrabili nella luce fioca. Claudio trattenne il fiato, sicuro di aver fatto la figura dell'idiota.
Poi, lentamente, lei sorrise. «Un amaro suona perfetto. Accetto.»
L'appartamento di Claudio era esattamente come te lo aspetteresti da un editor: libri ovunque, un vecchio divano di velluto comodo e un disordine accogliente. Versò due bicchieri di Braulio.
Si sedettero sul divano. L'intimità dell'appartamento, dopo il brusio del bar, cambiò l'atmosfera. L'aria era carica di elettricità.
«Allora,» disse Elara, la voce più bassa di prima, «l'editor vive sommerso dalla carta. Chi l'avrebbe mai detto.»
Claudio rise, ma era distratto. La stava guardando davvero, forse per la prima volta. La vicinanza, la luce diversa da quella ambrata del locale, rivelava dettagli diversi. La grana della sua pelle sotto il trucco leggero. La linea della mascella, più definita di quanto ricordasse.
Lei si voltò verso di lui, e mentre parlava, gesticolando, la manica del maglione si ritirò leggermente, scoprendo un polso sottile, ma mani grandi, eleganti ma innegabilmente grandi.
Claudio deglutì. La sua attenzione si spostò sulla gola di lei, mentre deglutiva un sorso di amaro. E lo vide. Il pomo d'Adamo.
Non era pronunciato, era un dettaglio delicato, ma era lì.
Il cervello di Claudio ci mise un istante a unire i puntini che aveva scelto di ignorare fino a quel momento: la voce profonda, la statura, la linea delle spalle che ora, senza cappotto, gli sembravano più ampie sotto il cachemire.
Un pensiero chiaro, freddo e improvviso si formò nella sua testa: Elara non era una donna.
O, per lo meno, non nel modo in cui lui aveva dato per scontato fino a un secondo prima.
Lei dovette notare il cambiamento nel suo sguardo, il leggero irrigidimento. Il suo sorriso svanì, sostituito da un'espressione stanca, quasi rassegnata. Come se conoscesse quella scena a memoria.
«Ci sei arrivato,» disse. Non era una domanda.
Claudio si sentì avvampare. Si sentì scoperto, rozzo. «Io... scusa, Elara. Non...»
«Non scusarti,» lo interruppe lei, posando il bicchiere con un gesto controllato. «Non c'è nulla di cui scusarsi. Sì, sono una donna trans.»
Calò il silenzio. Un silenzio pesante, rotto solo dal ronzio del frigorifero in cucina. Claudio fissò il suo bicchiere. L'attrazione che aveva sentito fino a un attimo prima era ancora lì, ma ora era confusa, aggrovigliata con la sorpresa e un profondo senso di inadeguatezza.
Elara si alzò, con una grazia che lo colpì di nuovo.
«Grazie per l'amaro, Claudio. Ma credo sia meglio che vada.»
«No, aspetta,» si affrettò lui, alzandosi a sua volta. «Non... non è per quello. È solo che mi hai... sorpreso, tutto qui.»
Elara lo guardò, e il suo sorriso tornò, ma era diverso. Più amaro del Braulio che avevano bevuto. «Sorprendo sempre. È la mia specialità.»
Si diresse alla porta. «Buonanotte, Claudio.»
«Buonanotte, Elara.»
La porta si chiuse con un clic sommesso. Claudio rimase in piedi in mezzo al salotto, con due bicchieri vuoti sul tavolino e un silenzio molto più profondo e complicato di quello che aveva cercato all'inizio della serata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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